_3 La casa è, secondo noi, quella di Maria, la madre di Giovanni detto Marco. Atti 12.12.
_4 La cena di Pasqua inizia il giovedì sera, dopo le 18. Per gli Ebrei è già venerdì (Marco 14.17, Matteo 26.20, Luca 22.14-18). Non è dunque il Seder ufficiale, che si svolgerà la sera del venerdì Giovanni 18.28.
Puoi consultare l'intera cronologia nello studio ANN026 : L'ora della crocifissione.
Commento:
1- Precisazione terminologica: l’«ultima cena» riconsiderata
Occorre fare un’importante precisazione terminologica: non possiamo definire questa cena «ultima» nel senso assoluto del termine. Infatti, dopo la sua risurrezione, il Messia Gesù ha di nuovo condiviso dei pasti con i suoi discepoli. L’evangelista Giovanni riferisce in particolare la memorabile scena sulle rive del mare di Tiberiade, dove il Signore risorto aveva preparato del pesce arrostito e del pane per i Sette (Giovanni 21.9-13). Anche Luca menziona che il Risorto mangiò davanti ai suoi discepoli per attestare la realtà corporea della sua risurrezione (Luca 24.41-43).
Tuttavia, questa cena del giovedì sera resta unica per la sua natura e la sua portata teologica: è l’ultimo pasto pasquale celebrato prima della Passione e, soprattutto, la cornice dell’istituzione della Santa Cena. Per questo la tradizione cristiana la designa legittimamente come «la Cena» o «la cena del Signore» (1 Corinzi 11.20).
2- Quadro temporale: la sera del giovedì 14 Nisan
Siamo nella sera del giovedì 31 marzo dell’anno 33, secondo la cronologia più comunemente ammessa dagli storici. Conformemente al principio ebraico del computo dei giorni, il nuovo giorno liturgico inizia al tramonto, verso le diciotto (Genesi 1.5; Levitico 23.32). Così, benché sia ancora giovedì secondo il calendario civile , siamo già entrati, secondo il calendario ebraico, nel 14 Nisan, giorno della Pasqua.
Questo dato cronologico è essenziale per comprendere l’articolazione degli eventi della Passione e il loro significato tipologico: il Messia Gesù celebra la Pasqua proprio nel momento in cui sta per diventarne il compimento definitivo.
3- La presenza dei Dodici e l’uscita di Giuda
L’evangelista Luca precisa esplicitamente che i Dodici sono presenti all’inizio della cena: «Quando fu l’ora, si mise a tavola, e gli apostoli con lui» (Luca 22.14). Questo numero simbolico dei Dodici, che rappresenta le dodici tribù d’Israele (Matteo 19.28; Apocalisse 21.12-14), sottolinea la dimensione ecclesiale di questo raduno: il Messia riunisce attorno a sé il nucleo fondatore dell’Israele rinnovato.
Tuttavia, Giuda Iscariota non resterà fino alla fine della cena. Dopo aver ricevuto il boccone intinto dalle mani del Maestro, Satana entrò in lui, ed egli uscì subito nella notte per compiere il suo tradimento (Giovanni 13.26-30). Giovanni annota con commovente sobrietà: «Ed era notte» (Giovanni 13.30), segnalando con questa indicazione temporale l’ingresso nelle tenebre spirituali che avvolgono l’atto del tradimento (Luca 22.53).
4- Una cena pasquale secondo i Sinottici
I tre vangeli sinottici sono categorici e unanimi: si tratta davvero di una cena di Pasqua, celebrata secondo le prescrizioni della (Matteo 26.17-19; Marco 14.12-16; Luca 22.7-13). Luca insiste in particolare su questo punto: «Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva sacrificare la Pasqua» (Luca 22.7).
Gli elementi costitutivi del Seder pasquale traspaiono dal racconto: il pane azzimo (la matzà), le coppe rituali di vino, le parole di interpretazione pronunciate dal capofamiglia e l’atmosfera di commemorazione dell’uscita dall’Egitto (Esodo 12.14; Esodo 13.8-10). Il Messia Gesù compie così i gesti ancestrali conferendo loro al tempo stesso un significato radicalmente nuovo.
5- La cronologia giovannea: una tensione apparente
Tuttavia, l’evangelista Giovanni introduce un dato cronologico apparentemente discordante. Precisa che gli accusatori di Gesù, durante il suo processo davanti a Pilato, «non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua» (Giovanni 18.28). Questa indicazione suggerisce che il Seder ufficiale non si sarebbe ancora svolto al momento del giudizio, il venerdì mattina.
Giovanni conferma questa cronologia designando il giorno della crocifissione come «la preparazione della Pasqua» (Giovanni 19.14). Così, secondo la prospettiva giovannea, il Messia Gesù fu crocifisso proprio nel momento in cui gli agnelli pasquali venivano immolati nel Tempio, rafforzando magistralmente la tipologia dell’Agnello di Dio (Giovanni 1.29; Giovanni 1.36).
6- Armonizzazione delle tradizioni calendariali
Questa differenza apparente tra Giovanni e i Sinottici si spiega con la coesistenza, all’epoca del Secondo Tempio, di diverse tradizioni calendariali all’interno del giudaismo. Le ricerche storiche, in particolare quelle fondate sui manoscritti di , hanno rivelato che gli seguivano un calendario solare di 364 giorni, distinto dal calendario lunare ufficiale osservato dalle autorità del Tempio.
Inoltre, i Galilei e certi ambienti osservavano talvolta tradizioni calendariali diverse da quelle dei gerosolimitani. Così, il Messia Gesù e i suoi discepoli, originari della Galilea, avrebbero celebrato la Pasqua secondo la loro usanza regionale, un giorno prima del Seder ufficiale del Tempio. Questa ipotesi, sostenuta da diversi esegeti contemporanei, permette di conciliare i dati sinottici e giovannei senza postulare una contraddizione.
7- La provvidenza divina nella scelta del momento
Questa spiegazione calendariale rivela anche la profondità della provvidenza divina. Il Messia Gesù, perfettamente consapevole dell’«ora» fissata dal Padre (Giovanni 13.1; Giovanni 17.1), scelse di celebrare questa cena pasquale anticipata per condividere un momento di intimità con i suoi prima della Passione. Sapeva che il giorno dopo, proprio all’ora in cui gli agnelli sarebbero stati sgozzati nei cortili del Tempio, egli stesso sarebbe stato offerto sulla croce come sacrificio espiatorio per i peccati del mondo.
Questa coincidenza tipologica non è fortuita: manifesta il compimento delle figure dell’antica alleanza. Cristo è «la nostra Pasqua» che «è stata immolata» (1 Corinzi 5.7), il vero Agnello pasquale «senza difetto e senza macchia, predestinato prima della fondazione del mondo» (1 Pietro 1.19-20).
8- L’istituzione della Santa Cena: segno della nuova alleanza
Questa cena del giovedì sera costituisce la cornice solenne dell’istituzione della Santa Cena. Il Messia Gesù, preso il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Questo è il mio corpo, dato per voi; fate questo in memoria di me» (Luca 22.19; 1 Corinzi 11.24). Allo stesso modo, dopo la cena, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Luca 22.20; 1 Corinzi 11.25).
Il pane e il vino diventano così i segni visibili di un dono totale: quello della sua vita offerta per la salvezza dell’umanità. Questa istituzione compie la promessa profetica di Geremia sulla nuova alleanza scritta nei cuori (Geremia 31.31-34; Ebrei 8.8-12) e quella di Ezechiele sul rinnovamento interiore per opera dello Spirito (Ezechiele 36.26-27).
9- Il carattere solenne del discorso di addio
Il carattere eccezionalmente solenne di questa serata traspare dal tono stesso del discorso del Messia Gesù. Egli non si rivolge più alla folla come un rabbi che insegna, ma parla da amico intimo e da pastore premuroso che sta per lasciare per un tempo le sue pecore (Giovanni 10.11-18; Giovanni 15.13-15). L’atmosfera della cena è impregnata al tempo stesso di gravità profetica e di tenerezza pastorale.
I discorsi di addio riferiti da Giovanni (capitoli da 13 a 17) figurano tra le pagine più profonde della rivelazione neotestamentaria. Il Messia vi annuncia la sua partenza verso il Padre (Giovanni 14.1-3; Giovanni 16.28), promette l’invio del Paraclito, lo Spirito di verità (Giovanni 14.16-17; Giovanni 16.7-15), e chiama i suoi discepoli a dimorare nel suo amore come i tralci restano uniti alla vite (Giovanni 15.1-11).
10- L’esortazione all’amore fraterno
Nel cuore di questo addio, il Messia Gesù lascia ai suoi discepoli un comandamento nuovo: «Amatevi gli uni gli altri; come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13.34-35; Giovanni 15.12-17).
Questo comandamento dell’amore fraterno costituisce il segno distintivo della comunità messianica. Non si tratta più soltanto di amare il prossimo come se stessi (Levitico 19.18), ma di amare «come» il Messia ha amato, cioè fino al dono totale di sé (Efesini 5.2; 1 Giovanni 3.16). La misura di questo amore nuovo è la croce stessa.
11- La coscienza profetica del Messia
Il Messia Gesù sa con perfetta lucidità che la sofferenza è imminente, che la croce lo attende fin dal giorno dopo. Ma lungi dal fuggire o dal manifestare angoscia davanti agli uomini, dà prova di una pace sovrana che supera ogni intelligenza (Giovanni 14.27; Filippesi 4.7). Questa serenità procede dalla sua perfetta obbedienza alla volontà del Padre, espressa in particolare nella preghiera del Getsemani: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Tuttavia, non come voglio io, ma come vuoi tu» (Matteo 26.39; Marco 14.36; Luca 22.42).
La preghiera sacerdotale di Giovanni 17 rivela la profondità di questa comunione tra il Figlio e il Padre alla soglia della Passione. Il Messia prega per la propria glorificazione attraverso la croce (Giovanni 17.1-5), per la protezione e la santificazione dei suoi discepoli (Giovanni 17.6-19) e per l’unità di tutti i credenti a venire (Giovanni 17.20-26).
12- L’eredità spirituale trasmessa ai discepoli
In questa cena alla vigilia della Passione, il Messia Gesù trasmette ai suoi discepoli la sua eredità spirituale. Affida loro le parole del Padre (Giovanni 17.8; Giovanni 17.14), li esorta alla fedeltà in mezzo alle persecuzioni future (Giovanni 15.18-21; Giovanni 16.1-4) e li assicura che la loro tristezza presente si cambierà in gioia al suo ritorno (Giovanni 16.20-24).
Egli sigilla così, nell’intimità del cenacolo, la comunione eterna tra Dio e gli uomini, inaugurando la nuova alleanza profetizzata da secoli. I discepoli, ancora turbati e senza comprendere pienamente la portata di queste parole (Giovanni 16.17-18), riceveranno l’illuminazione dello Spirito Santo dopo la Pentecoste (Giovanni 14.26; Atti 2.1-4).
13- Rinvio all’appendice ANN027 : La cena di Pasqua
Presentiamo le nostre conclusioni dettagliate su questa apparente contraddizione cronologica riguardo alla data della cena di Pasqua nell’appendice ANN027 : L’ultima cena di Pasqua. Vi sono esaminati più a fondo i dati storici (calendari del Secondo Tempio, pratiche galilee, testimonianze di Flavio Giuseppe e della Mishnà), le posizioni esegetiche classiche e contemporanee, nonché le implicazioni teologiche di ciascuna ipotesi.
Questa questione, lungi dall’essere una semplice curiosità cronologica, tocca il cuore della cristologia: determina il rapporto tipologico tra l’agnello pasquale e il sacrificio del Messia, e illumina il significato dell’istituzione eucaristica.
14- Conclusione: la cena che apre la via alla redenzione
Questa cena, lungi dall’essere una semplice osservanza rituale o un’usanza consueta, resta uno degli atti più significativi di tutto il ministero terreno del Messia Gesù. Essa ricapitola la storia della salvezza fin dall’Esodo, compie le figure profetiche dell’antica alleanza e inaugura la nuova alleanza fondata sull’amore redentore del Salvatore.
Istituendo la Santa Cena, il Messia apre la via alla redenzione compiuta sulla croce e alla comunione perpetua tra Dio e il suo popolo. «Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna» (Giovanni 3.16-17). Questa parola, pronunciata prima nel ministero di Gesù, trova in questa cena pasquale la sua illustrazione più eloquente e il suo compimento più vicino.