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L’istituzione della Santa Cena

Questo articolo presenta la Santa Cena come un momento chiave, in cui Gesù trasforma il pasto pasquale in simbolo del suo sacrificio supremo, annunciando una nuova alleanza spirituale per il perdono dei peccati.

41 min Santa Cena nuova alleanza Gesù 60 versetti 17 libri

Consultazione

Testi biblici

Matteo
Matteo 26.26-29 (Riveduta 1927 (Luzzi))

Or mentre mangiavano, Gesù prese del pane; e fatta la benedizione, lo ruppe, e dandolo a’ suoi discepoli, disse: Prendete, mangiate, questo è il mio corpo.

Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo:

Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per la remissione dei peccati.

Io vi dico che d’ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio.

Marco
Marco 14.22-25 (Riveduta 1927 (Luzzi))

E mentre mangiavano, Gesù prese del pane; e fatta la benedizione, lo ruppe e lo diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo.

Poi, preso il calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero.

E disse loro: Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti.

In verità io vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino a quel giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio.

Luca
Luca 22.14-23 (Riveduta 1927 (Luzzi))

E quando l’ora fu venuta, egli si mise a tavola, e gli apostoli con lui.

Ed egli disse loro: Ho grandemente desiderato di mangiar questa pasqua con voi, prima ch’io soffra;

poiché io vi dico che non la mangerò più finché sia compiuta nel regno di Dio.

E avendo preso un calice, rese grazie e disse: Prendete questo e distribuitelo fra voi;

perché io vi dico che oramai non berrò più del frutto della vigna, finché sia venuto il regno di Dio.

Poi, avendo preso del pane, rese grazie e lo ruppe e lo diede loro, dicendo: Questo è il mio corpo il quale è dato per voi: fate questo in memoria di me.

Parimente ancora, dopo aver cenato, dette loro il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi.

Del resto, ecco, la mano di colui che mi tradisce e meco a tavola.

Poiché il Figliuol dell’uomo, certo, se ne va, secondo che è determinato; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!

Ed essi cominciarono a domandarsi gli uni agli altri chi sarebbe mai quel di loro che farebbe questo.

Giovanni
Giovanni (Riveduta 1927 (Luzzi)) non citato nel libro

Dettagli tecnici

Anno 33

Luogo: la città di Gerusalemme, la casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco

Data: giovedì 31 marzo dell'anno 33, di notte

Modalità: Seguiamo ora Marco

Nota sul modo operativo: Matteo e Luca riprendono questo brano così importante

Mappa di Gerusalemme e dintorni
Grafico a barre di giovedì

Il Messia Gesù sta per istituire la Santa Cena.

Dettagli cronologici, secondo le nostre conclusioni:

_3 La casa è, secondo noi, quella di Maria, la madre di Giovanni detto Marco. Atti 12.12.

_4 La cena di Pasqua inizia il giovedì sera, dopo le 18. Per gli Ebrei è già venerdì (Marco 14.17, Matteo 26.20, Luca 22.14-18). Non è dunque il Seder ufficiale, che si svolgerà la sera del venerdì Giovanni 18.28.

Puoi consultare l'intera cronologia nello studio ANN026 : L'ora della crocifissione.

Commento:

1- L’istituzione della Santa Cena: un momento di immensa portata spirituale

L’istituzione della Santa Cena durante il pasto della Pasqua riveste un’immensa portata spirituale e teologica. Il Messia Gesù, proprio nel momento in cui condivide quest’ultimo pasto pasquale con i suoi discepoli, conferisce un significato radicalmente nuovo a simboli antichi profondamente radicati nella memoria d’Israele. Il pane azzimo (matzà) e il calice di vino, elementi familiari e ritualmente prescritti del pasto pasquale (Esodo 12.8 ; Esodo 12.14-20), diventano ora i segni visibili ed efficaci del suo corpo dato e del suo sangue versato per la salvezza del mondo (Matteo 26.26-28 ; Marco 14.22-24 ; Luca 22.19-20).

Questo gesto istitutivo si inscrive nella continuità della Pasqua ebraica compiendola al tempo stesso in modo definitivo. Il Messia non commemora più soltanto l’uscita dall’Egitto; inaugura una liberazione nuova e definitiva, quella dal peccato e dalla morte (Romani 6.22-23 ; Ebrei 9.12).

2- La reinterpretazione cristologica dell’agnello pasquale

Il Messia Gesù non interpreta più l’agnello pasquale come il semplice ricordo di una liberazione storica passata, ma come l’annuncio profetico e il compimento di una liberazione spirituale definitiva. Con la sua morte imminente sulla croce, porta il perdono dei peccati e suggella un’alleanza nuova tra Dio e l’umanità, conformemente alla promessa profetica: «Ecco, vengono i giorni, dice l’, nei quali io concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda una nuova alleanza» (Geremia 31.31-34 ; Ebrei 8.8-12).

Questa nuova alleanza, a differenza dell’antica incisa su tavole di pietra, sarà scritta nei cuori dallo Spirito Santo (Ezechiele 36.26-27 ; 2 Corinzi 3.3). Essa non poggia sul sangue di tori e di capri, incapace di togliere veramente i peccati (Ebrei 10.4), ma sul sangue prezioso del Messia, «agnello senza difetto e senza macchia» (1 Pietro 1.18-19). Così si compie la parola di Giovanni Battista: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!» (Giovanni 1.29).

3- L’annuncio esplicito della morte del Messia

Questa scena avrebbe dovuto rendere le cose perfettamente chiare ai discepoli. Il Messia Gesù parla senza giri di parole né velo allegorico: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» (Luca 22.19); «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, che è versato per molti, per il perdono dei peccati» (Matteo 26.28). Il vocabolario impiegato — corpo dato, sangue versato — designa esplicitamente una morte violenta e sacrificale.

Il carattere testamentario di queste parole è manifesto: il Messia dispone del suo corpo e del suo sangue come un uomo dispone dei suoi beni prima di morire. Istituisce un memoriale perpetuo (Luca 22.19 ; 1 Corinzi 11.24-25) che presuppone la sua imminente assenza fisica. Tutto, in questi gesti e in queste parole, annuncia apertamente la sua morte prossima.

4- L’incomprensione persistente dei discepoli

Eppure, nonostante la chiarezza di queste parole, i discepoli restano in una profonda incomprensione. Questa passività sorprende il lettore moderno, in particolare quella di Simon Pietro, discepolo dal temperamento così impetuoso e pronto a reagire. Lui, che si era opposto con vigore al fatto che il Maestro gli lavasse i piedi — «Tu non mi laverai mai i piedi!» (Giovanni 13.8) —, lui, che più tardi avrebbe sguainato la spada nel giardino del Getsemani (Giovanni 18.10), non pronuncia una parola quando il Messia annuncia in modo così esplicito la sua morte imminente.

Questo silenzio dei discepoli testimonia la profondità della loro cecità spirituale. I loro cuori rifiutano visceralmente l’idea che colui che avevano riconosciuto come il Messia, il Figlio del Dio vivente (Matteo 16.16), possa soffrire e morire di una morte ignominiosa. Questa incomprensione era stata esplicitamente annotata da Luca: «Ma essi non capirono nulla di tutto questo; quel parlare era per loro oscuro e non comprendevano ciò che veniva detto» (Luca 18.31-34).

5- Il rifiuto inconscio della prospettiva della croce

Riteniamo che in nessun momento di questo pasto i discepoli abbiano veramente immaginato una morte così rapida e così crudele. La loro speranza messianica, alimentata dalle attese popolari di un regno glorioso e trionfante, costituiva uno schermo psicologico che impediva loro di integrare la prospettiva della croce (Luca 24.21 ; Atti 1.6).

Se questa realtà fosse stata pienamente cosciente in loro, avrebbero certamente cercato di impedire l’arresto del loro Maestro. Pietro ne darà del resto la prova poche ore più tardi colpendo il servo del sommo sacerdote (Giovanni 18.10-11). Ma in questo momento del pasto, l’annuncio del Messia resta per loro una parola oscura, un linguaggio che ascoltano senza comprendere (Marco 9.32).

6- La presenza inquietante di Giuda a tavola

Luca precisa un dettaglio sconvolgente che accentua la tensione drammatica della scena: Giuda Iscariota è ancora presente a questa tavola sacra al momento dell’istituzione della Cena. Il Messia Gesù dichiara esplicitamente: «Tuttavia, ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me a questa tavola» (Luca 22.21). Questa indicazione di Luca differisce dall’ordine narrativo suggerito da Giovanni, che sembra collocare la partenza di Giuda prima dell’istituzione del rito (Giovanni 13.30).

La questione dell’ordine cronologico preciso degli eventi è oggetto di discussioni esegetiche. Comunque sia, la presenza del traditore al pasto della nuova alleanza sottolinea la profondità insondabile della grazia divina: il Messia offre il segno del suo amore anche a colui che sta per consegnarlo. La luce e le tenebre siedono accanto alla stessa tavola, a illustrare che la grazia è offerta a tutti, persino a coloro che alla fine se ne allontanano (Giovanni 13.10-11 ; Matteo 5.45).

7- La redazione postpasquale dei racconti evangelici

Occorre notare che questi testi evangelici sono stati redatti dopo la crocifissione e la risurrezione del Messia. È alla luce di questi eventi salvifici che i discepoli hanno compreso retrospettivamente la portata delle parole e dei gesti del loro Maestro durante questo pasto. Lo Spirito Santo, promesso dal Messia, ha ricordato loro ogni cosa e l’ha spiegata (Giovanni 14.26 ; Giovanni 16.13).

La morte e la risurrezione del Maestro sono state la scintilla ermeneutica che ha illuminato la loro comprensione. Lo stesso Risorto dovette aprire loro la mente per comprendere le Scritture (Luca 24.45). Solo alla luce della croce e della tomba vuota questi gesti trovano il loro pieno significato: il pane spezzato diventa il segno efficace del corpo offerto in sacrificio, il calice quello del sangue dell’alleanza eterna che suggella la riconciliazione tra Dio e gli uomini (Romani 5.8-11 ; Ebrei 9.14-15).

8- La testimonianza apostolica di Paolo: una rivelazione diretta

L’apostolo Paolo, benché non fosse fisicamente presente a questo pasto — non essendo ancora discepolo del Messia in quel tempo —, ne trasmette tuttavia il racconto con notevole autorità:

1 Corinzi 11.23-26 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Poiché ho ricevuto dal Signore quello che anche v’ho trasmesso; cioè, che il Signor Gesù, nella notte che fu tradito, prese del pane;e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me.Parimente, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me.Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga.

Questa testimonianza paolina può sembrare sorprendente a prima vista: come può l’apostolo descrivere questa scena come se ne fosse stato testimone diretto? La risposta sta nelle sue stesse parole: «Io ho ricevuto dal Signore quello che vi ho trasmesso» (1 Corinzi 11.23). Paolo afferma esplicitamente che questa tradizione gli è stata comunicata per rivelazione diretta del Signore risorto, e non semplicemente per trasmissione umana (Galati 1.11-12).

9- La natura della rivelazione paolina

Questa affermazione solleva un’importante questione esegetica: Paolo ha ricevuto questa conoscenza unicamente per rivelazione mistica, o anche attraverso la tradizione apostolica trasmessa dai testimoni oculari? Le due vie non si escludono a vicenda. Paolo ha certamente incontrato gli apostoli a Gerusalemme (Galati 1.18-19 ; Galati 2.1-2) e ha ricevuto da loro le tradizioni riguardanti il Messia Gesù.

Tuttavia, l’espressione «dal Signore» (apo tou Kyriou) suggerisce che Paolo consideri questa tradizione come autorizzata in ultima istanza dal Signore stesso, sia per rivelazione diretta nelle sue esperienze mistiche (2 Corinzi 12.1-4), sia per conferma divina della tradizione ricevuta. Comunque sia, Paolo parla con un’autorità spirituale che supera quella di un semplice relatore: trasmette una parola del Signore per la Chiesa di ogni tempo.

10- La dimensione escatologica della Santa Cena

Paolo conclude il suo insegnamento con un’affermazione di notevole portata escatologica: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Corinzi 11.26). La Santa Cena non è dunque soltanto un memoriale rivolto al passato; è anche una proclamazione presente e un’attesa rivolta al futuro.

Ogni volta che la Chiesa condivide questo pane e questo calice, compie tre atti spirituali simultanei: commemora la morte sacrificale del Messia (dimensione passata), proclama questa morte come fondamento della salvezza (dimensione presente) e attende il ritorno glorioso del Signore (dimensione futura). La Cena è così il sacramento per eccellenza del «tempo intermedio» escatologico, tra la prima e la seconda venuta del Messia (Tito 2.13 ; Apocalisse 22.20).

11- La Cena come anticipazione del banchetto messianico

Lo stesso Messia Gesù aveva sottolineato questa dimensione escatologica all’istituzione: «Vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio» (Matteo 26.29 ; Marco 14.25 ; Luca 22.18). Questa parola apre la prospettiva del banchetto messianico, quel convito escatologico annunciato dai profeti in cui Dio riunirà il suo popolo in una comunione perfetta (Isaia 25.6-8 ; Apocalisse 19.9).

La Cena terrena è dunque un’anticipazione sacramentale di quel convito celeste. Essa unisce i credenti di ogni tempo in una stessa comunione con il Messia crocifisso e risorto, nell’attesa della sua manifestazione gloriosa.

12- Conclusione: il segno di un amore perfetto e di una comunione eterna

Così, la Santa Cena istituita dal Messia Gesù quella sera trascende la semplice commemorazione rituale di un evento passato. Costituisce una proclamazione viva ed efficace: annuncia la morte redentrice del Salvatore, celebra la sua vittoria definitiva sulla morte mediante la risurrezione e attende con speranza il suo ritorno glorioso per instaurare pienamente il Regno di Dio (1 Corinzi 15.54-57).

Spezzando il pane e condividendo il calice in questa sera della Pasqua, il Messia Gesù offre ai suoi il segno tangibile di un amore perfetto — quell’amore che lo ha condotto a dare la vita per coloro che ama (Giovanni 15.13) — e il pegno di una comunione eterna con Dio Padre. «Poiché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3.16-17). In questo pasto sacro, l’amore divino trova la sua più alta espressione e la sua più intima comunicazione ai credenti di ogni tempo.