DAN008

Daniele 6 – Daniele nella fossa dei leoni: restare fedeli quando la fede diventa pericolosa

Daniele 6 racconta come Daniele, nonostante un decreto che vieta ogni adorazione diversa da quella rivolta al re, continui a pregare Dio. Gelosi della sua posizione, i suoi avversari si servono del decreto per tendergli una trappola. Gettato nella fossa dei leoni, Daniele è miracolosamente protetto da Dio. La sua fede incrollabile induce Dario a riconoscere la potenza eterna di Dio.

29 min Daniele fede leoni Dario preghiera 30 versetti 5 libri

In breve

Babilonia è caduta. Un nuovo potere governa ora il regno e Daniele, nonostante la sua età probabilmente avanzata, conserva un ruolo importante nell’amministrazione.

La sua integrità è tale che il re Dario pensa di affidargli responsabilità ancora maggiori. Questo successo suscita la gelosia di altri funzionari. Cercano una colpa nella sua amministrazione, ma non ne trovano alcuna.

Comprendono allora che l’unico modo per accusarlo è usare contro di lui la sua fedeltà a Dio.

Persuadono il re a promulgare un decreto che vieta per trenta giorni di rivolgere una richiesta a un dio o a un uomo diverso dal re.

Daniele conosce il decreto.

Eppure continua a pregare tre volte al giorno, rivolto verso Gerusalemme, esattamente «come faceva prima» (Daniele 6.9).

Viene denunciato e gettato nella fossa dei leoni.

Ma Dio interviene.

Al mattino Daniele può dichiarare al re:

«Il mio Dio ha mandato il suo angelo e ha chiuso la bocca dei leoni» (Daniele 6.21).

Il capitolo termina con una proclamazione di Dario, che riconosce che il Dio di Daniele è «il Dio vivente», il cui regno non sarà mai distrutto (Daniele 6.25).

Introduzione - Un uomo fedele in mezzo a un impero che cambia

Daniele 6 si svolge dopo un notevole sconvolgimento politico.

L’Impero babilonese è appena caduto. Daniele 5 si era concluso con la morte di Baldassarre e l’arrivo di Dario il Medo (Daniele 5.30-31).

Daniele era stato condotto a Babilonia diversi decenni prima. Aveva conosciuto Nabucodonosor e attraversato vari cambiamenti di sovrani. Ora vede scomparire l’impero nel quale ha trascorso la maggior parte della sua esistenza.

Eppure una cosa non cambia: la sua fedeltà a Dio.

Questo è uno dei grandi messaggi del capitolo.

I regni cambiano; Dio rimane.

Commento 1 - Un uomo nel quale non si trova alcuna colpa

Il nuovo regno è organizzato attorno a 120 funzionari posti sotto l’autorità di tre alti dignitari. Daniele è uno di loro (Daniele 5.31-6.1).

Molto presto si distingue:

«Daniele superava i capi e i satrapi, perché in lui vi era uno spirito straordinario» (Daniele 6.2).

Il re pensa allora di stabilirlo su tutto il regno.

Questa promozione provoca l’opposizione degli altri funzionari.

Cercano quindi una colpa nella sua amministrazione.

Ma la loro indagine porta a un risultato sorprendente:

«Non poterono trovare alcun motivo di accusa né nulla da rimproverargli, perché era fedele e non si riscontrava in lui né colpa né alcunché di male» (Daniele 6.3).

Daniele non viene quindi presentato soltanto come un uomo di preghiera.

È anche un amministratore integro.

La sua fedeltà a Dio si manifesta anche nel modo in cui svolge il suo lavoro.

Commento 2 - Quando i nemici usano la fede di Daniele contro di lui

I funzionari comprendono che non potranno far condannare Daniele per corruzione o negligenza.

Dichiarano allora:

«Non troveremo alcun motivo di accusa contro questo Daniele, a meno che non lo troviamo nella legge del suo Dio» (Daniele 6.4).

Questa frase è rivelatrice.

I nemici di Daniele conoscono abbastanza bene la sua vita da sapere che non rinuncerà facilmente alla sua fedeltà a Dio.

Elaboreranno quindi una legge appositamente concepita per trasformare questa fedeltà in un crimine.

Persuadono Dario a vietare per trenta giorni qualsiasi richiesta rivolta a un dio o a un uomo diverso dal re.

La pena prevista è terribile:

la fossa dei leoni.

Commento 3 - «Come faceva prima»

Daniele viene a sapere che il decreto è stato firmato.

Che cosa farà?

Il testo risponde:

«Tre volte al giorno si metteva in ginocchio, pregava e lodava il suo Dio, come faceva prima» (Daniele 6.9).

Le ultime parole sono essenziali:

«come faceva prima».

Daniele non comincia improvvisamente a pregare per provocare il re.

Non cerca neppure di trasformare la sua preghiera in una manifestazione politica.

Continua semplicemente ciò che faceva già.

La sua fedeltà durante la crisi si fonda su una fedeltà costruita molto prima della crisi.

Questo è probabilmente uno degli insegnamenti più importanti dell’intero capitolo.

Commento 4 - Perché Daniele prega rivolto verso Gerusalemme?

Daniele prega davanti a finestre rivolte verso Gerusalemme (Daniele 6.9).

Questo gesto ha un fondamento biblico.

Durante la dedicazione del Tempio, Salomone aveva previsto il giorno in cui gli Israeliti avrebbero potuto essere condotti in esilio. Aveva chiesto a Dio di ascoltare coloro che, dalla terra del loro esilio, avrebbero pregato rivolgendosi verso la loro terra e verso Gerusalemme (1 Re 8.46-50 ; 2 Cronache 6.36-39).

Daniele si trova precisamente in questa situazione.

Gerusalemme è stata distrutta.

Il Tempio non esiste più.

Ma Daniele continua a guardare in quella direzione quando prega.

Non perché creda che Dio abiti soltanto a Gerusalemme.

È perché Gerusalemme rappresenta le promesse di Dio, la sua alleanza e la speranza del ritorno.

Lo sapevi? - Daniele era probabilmente già anziano

Le rappresentazioni della fossa dei leoni mostrano spesso Daniele come un giovane.

Eppure diversi decenni separano Daniele 1 da Daniele 6.

Daniele era stato condotto a Babilonia all’inizio della dominazione babilonese, generalmente collocata intorno al 605 a.C.

Babilonia cade davanti a Ciro nel 539 a.C.

Sono quindi trascorsi più di sessant’anni.

La Bibbia non indica l’età esatta di Daniele quando viene gettato nella fossa, ma probabilmente era ormai un uomo anziano.

Questa osservazione rende il suo comportamento ancora più significativo.

La sua preghiera non è una reazione momentanea a una crisi.

Fa parte di un’intera vita di fedeltà.

Commento 5 - Un re prigioniero della propria legge

Gli avversari sorprendono Daniele mentre prega e lo denunciano.

Dario comprende allora di essere stato manipolato.

Fino al tramonto cerca un modo per salvare Daniele (Daniele 6.13).

Ma i suoi funzionari gli ricordano che il decreto reale non può essere modificato.

Il racconto presenta allora un paradosso notevole.

Dario è re.

Possiede un’autorità immensa.

Eppure è incapace di salvare l’uomo che vuole salvare.

La legge che avrebbe dovuto manifestare il suo potere rivela infine la sua impotenza.

Daniele viene quindi gettato nella fossa.

Prima che vi sia rinchiuso, Dario gli dice:

«Il tuo Dio, che servi con perseveranza, ti libererà» (Daniele 6.15).

Commento 6 - Una pietra chiude la fossa

Una pietra viene posta sull’apertura della fossa e viene sigillata (Daniele 6.16).

Umanamente, tutto è finito.

Daniele è rinchiuso.

Il re non può più intervenire.

I funzionari hanno ottenuto la sua condanna.

I leoni sono nella fossa.

Ma il racconto mostrerà precisamente che ciò che è impossibile agli uomini non limita Dio.

Dario ritorna al palazzo.

Trascorre la notte senza mangiare e non riesce a dormire (Daniele 6.17).

Curiosamente, il testo non racconta ciò che Daniele fa durante quella notte.

Il lettore rimane con il re.

Deve aspettare il mattino per scoprire che cosa è accaduto.

Commento 7 - «Il mio Dio ha mandato il suo angelo»

All’alba Dario si precipita verso la fossa.

Chiama Daniele:

«Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio, che servi con perseveranza, ha potuto liberarti dai leoni?» (Daniele 6.19).

Una voce gli risponde.

Daniele è vivo.

Spiega:

«Il mio Dio ha mandato il suo angelo e ha chiuso la bocca dei leoni» (Daniele 6.21).

Il testo non fornisce il nome di questo angelo.

Non permette quindi di affermare che si tratti di Gabriele, Michele o di un altro preciso essere celeste.

L’essenziale è altrove:

Dio ha liberato Daniele.

Commento 8 - Perché Daniele è stato liberato?

Quando Daniele esce dalla fossa, non viene trovata su di lui alcuna ferita:

«perché aveva avuto fiducia nel suo Dio» (Daniele 6.22).

Questa frase fornisce la chiave spirituale del racconto.

Daniele aveva avuto fiducia in Dio.

Ma questa fiducia esisteva prima del miracolo.

Aveva continuato a pregare pur sapendo che questa decisione avrebbe potuto costargli la vita.

La sua fede non consisteva quindi semplicemente nel credere:

«Dio impedirà necessariamente ai leoni di uccidermi.»

Consisteva nel rimanere fedele e nell’affidare l’esito nelle mani di Dio.

Commento 9 - La fede garantisce sempre la liberazione?

Il Nuovo Testamento fa probabilmente riferimento diretto a Daniele quando parla di coloro che, «per fede», «chiusero le fauci dei leoni» (Ebrei 11.33).

Ma poche righe più avanti, Ebrei parla anche di credenti fedeli che furono imprigionati, torturati e messi a morte (Ebrei 11.35-38).

Eppure tutti sono presentati come testimoni della fede.

Questa precisazione è essenziale.

La fede non significa che Dio libererà sempre fisicamente il suo servitore.

Daniele viene liberato.

Altri rimangono fedeli fino alla morte.

Daniele 3 insegnava già questo principio quando i tre compagni dichiaravano che Dio poteva liberarli dalla fornace, ma che gli sarebbero rimasti fedeli anche se non lo avesse fatto (Daniele 3.17-18).

La fede non consiste quindi nell’imporre a Dio un determinato esito, ma nel rimanergli fedeli qualunque sia l’esito.

Commento 10 - La fornace e i leoni

Daniele 3 e Daniele 6 si richiamano in modo notevole.

In Daniele 3, il potere ordina ai tre Giudei di fare qualcosa che la loro fedeltà a Dio vieta loro: adorare la statua.

Rifiutano.

In Daniele 6, il potere vieta a Daniele qualcosa che la sua fedeltà a Dio gli chiede di continuare: la preghiera.

Daniele continua.

I due racconti presentano così due aspetti complementari dello stesso principio:

quando l’autorità esige ciò che Dio vieta, il credente rifiuta; quando l’autorità vieta ciò che la fedeltà a Dio richiede, il credente continua a obbedire a Dio.

Questo non significa che Daniele rifiuti ogni autorità.

Al contrario, serve lealmente il regno.

Ma la sua obbedienza al re ha un limite: il re non può prendere il posto di Dio.

Commento 11 - Il giudizio degli accusatori

Dopo la liberazione di Daniele, Dario ordina che i suoi accusatori siano gettati nella fossa insieme alle loro famiglie (Daniele 6.23).

Questo passo è difficile.

Riflette la durezza delle pratiche politiche del mondo antico.

Non bisogna trasformare questa decisione di Dario in un comandamento dato da Dio.

La legge di Mosè afferma invece il principio della responsabilità personale: «Non si faranno morire i padri per i figli e non si faranno morire i figli per i padri» (Deuteronomio 24.16).

Il racconto sottolinea soprattutto il capovolgimento della situazione.

Coloro che avevano preparato la fossa per Daniele diventano vittime della trappola che avevano costruito.

Conferma anche che i leoni erano realmente pericolosi.

Daniele non era sopravvissuto perché fossero innocui.

Commento 12 - «Egli è il Dio vivente»

Dopo questi avvenimenti, Dario rivolge una proclamazione ai popoli del suo regno.

Dichiara riguardo al Dio di Daniele:

«Egli è il Dio vivente e rimane in eterno; il suo regno non sarà mai distrutto e il suo dominio durerà fino alla fine» (Daniele 6.25).

Questa dichiarazione conduce al vero culmine del capitolo.

I cospiratori avevano affermato che la legge dei Medi e dei Persiani era irrevocabile.

Eppure il loro decreto era stato stabilito soltanto per trenta giorni.

Dario proclama ora che un altro regno non avrà mai fine:

quello di Dio.

Il contrasto è impressionante.

La legge umana pretende di essere immutabile, ma scompare.

Il regno di Dio è realmente permanente.

Commento 13 - Daniele attraversa i regni

Il capitolo termina semplicemente:

«Daniele prosperò durante il regno di Dario e durante il regno di Ciro il Persiano» (Daniele 6.27).

I nemici di Daniele volevano porre fine alla sua carriera.

Daniele rimane.

Ma il messaggio va oltre la sua persona.

Nabucodonosor aveva regnato.

Baldassarre aveva regnato.

Babilonia era caduta.

Ora regna Dario.

Compare Ciro.

Gli uomini e gli imperi si succedono.

Il Dio di Daniele rimane.

Questa conclusione prepara le visioni profetiche del libro, nelle quali i regni umani si succederanno fino all’instaurazione del regno che Dio non consegnerà mai a un altro popolo (Daniele 2.44 ; 7.14).

Da ricordare

Daniele era probabilmente già anziano quando fu gettato nella fossa dei leoni. La sua fedeltà era quindi il risultato di diversi decenni di cammino con Dio.

I suoi nemici non trovarono in lui né corruzione né negligenza. La sua fede e la sua integrità professionale andavano di pari passo.

Daniele non cercò lo scontro. Quando la legge cambiò, continuò semplicemente a pregare «come faceva prima».

La preghiera rivolta verso Gerusalemme ricordava le promesse di Dio riguardo al suo popolo esiliato (1 Re 8.46-50).

Daniele 3 e Daniele 6 insegnano insieme che l’autorità umana deve essere rispettata, ma non può prendere il posto di Dio.

Dio mandò un angelo per chiudere le fauci dei leoni, ma il testo non rivela l’identità di questo angelo.

Ebrei 11.33 presenta la liberazione dai leoni come un esempio di fede, ricordando allo stesso tempo che altri credenti fedeli furono messi a morte.

La vera lezione non è quindi che la fede garantisca sempre un miracolo, ma che rimanga fedele qualunque sia l’esito.

Infine, il capitolo contrappone due pretese: una legge umana dichiarata irrevocabile e il regno di Dio realmente indistruttibile.

Per approfondire le questioni storiche, l’identità di Dario il Medo, l’amministrazione medo-persiana, la legge dei Medi e dei Persiani, la preghiera rivolta verso Gerusalemme, la fossa dei leoni, l’intervento dell’angelo e i paralleli con Daniele 3 ed Ebrei 11, la versione accademica di questo studio propone un’analisi dettagliata accompagnata da dieci appendici.

Conclusione - La fossa rivela ciò che esisteva già

Daniele 6 viene spesso presentato come la storia di un grande miracolo.

E in effetti lo è.

Ma il miracolo non è l’inizio della storia.

Molto prima dei leoni, Daniele era già fedele.

I suoi nemici esaminano la sua amministrazione: non trovano alcuna corruzione.

Esaminano la sua vita religiosa: scoprono una fedeltà così costante da poter costruire la loro trappola proprio attorno ad essa.

Quando il decreto viene pubblicato, Daniele non diventa improvvisamente coraggioso.

Continua semplicemente a vivere «come faceva prima».

Questa è forse la più grande lezione del capitolo.

La fossa non crea la fedeltà di Daniele.

La rivela.

Daniele aveva imparato a servire Dio per decenni, nelle piccole come nelle grandi cose.

Quando arriva la prova suprema, continua quindi a fare ciò che aveva sempre fatto.

Prega.

Rispetta il re senza dargli il posto di Dio.

Accetta le conseguenze della sua fedeltà.

E affida la sua vita nelle mani di colui che serve.

Questa volta Dio sceglie di liberarlo miracolosamente.

Ma Daniele era stato fedele prima di sapere se sarebbe stato liberato.

Per questo il suo esempio rimane attuale.

La domanda essenziale di Daniele 6 non è soltanto:

«Dio può chiudere le fauci dei leoni?»

Il racconto risponde chiaramente: sì.

La domanda rivolta al lettore è anche:

«Saremo fedeli prima di sapere come Dio interverrà?»

Daniele 6 conduce infine oltre Daniele stesso.

Babilonia è caduta.

I sovrani muoiono.

Le leggi umane passano.

Anche Daniele finirà per scomparire.

Ma Dario pronuncia la verità che riassume il capitolo:

«Egli è il Dio vivente [...] il suo regno non sarà mai distrutto» (Daniele 6.25).