La precisazione fornita da Luca riguardo all'ora di questo evento probabilmente non è casuale. Suggerisce che i primi discepoli di Gerusalemme continuassero a vivere al ritmo delle attività del Tempio e a osservare i diversi momenti della giornata scanditi dai sacrifici e dalle preghiere.
L'ora nona, che corrisponde approssimativamente alle quindici, era tradizionalmente associata alla preghiera della sera e al sacrificio perpetuo offerto nel Tempio (Esodo 29.39; Numeri 28.4). I diversi squilli di tromba legati alle attività del Tempio erano noti a tutta la popolazione e scandivano la vita religiosa di Gerusalemme.
2- Pietro e Giovanni nel Tempio
Pietro e Giovanni si recano dunque naturalmente al Tempio a quest'ora di grande affluenza (Atti 3.1). La Chiesa nascente non si era ancora separata dal giudaismo e i discepoli continuavano a frequentare quotidianamente il Tempio (Atti 2.46). Questo luogo costituiva inoltre un contesto privilegiato per annunciare il Vangelo a un gran numero di pellegrini e di abitanti di Gerusalemme.
3- Lo zoppo e la porta chiamata «la Bella»
Nel momento in cui si apprestano a entrare nel recinto sacro, i due apostoli incontrano un uomo infermo fin dalla nascita che veniva trasportato ogni giorno perché potesse mendicare presso i fedeli che venivano a pregare (Atti 3.2). Luca precisa che era collocato vicino alla porta chiamata «la Bella».
Se questa porta corrisponde effettivamente alla porta di Nicanore, ipotesi sostenuta da numerosi specialisti, l'uomo si trovava allora in una parte del Tempio riservata ai Giudei. Nulla nella Legge di Mosè vietava del resto a un infermo di accedere a questi cortili. Le restrizioni menzionate nella Legge riguardavano unicamente i sacerdoti chiamati a esercitare il loro ministero (Levitico 21.17-23).
4- Un mendicante tra i fedeli
Come molti mendicanti dell'epoca, quest'uomo approfittava del passaggio dei fedeli per sollecitare la loro generosità. L'elemosina era infatti considerata nel giudaismo un'opera di pietà particolarmente importante (Matteo 6.1-4). Vedendo Pietro e Giovanni entrare nel Tempio, chiese loro naturalmente un aiuto materiale (Atti 3.3).
5- Il ministero degli apostoli sotto l'azione dello Spirito Santo
Durante il ministero terreno di Gesù, i discepoli avevano già ricevuto l'autorità di predicare e di guarire i malati (Matteo 10.1; Marco 6.12-13). Tuttavia, i loro interventi non furono sempre coronati da successo, come mostra la loro incapacità di liberare il fanciullo indemoniato dopo la trasfigurazione (Marco 9.17-29).
Ormai, dopo la Pentecoste, non potevano più rivolgersi al loro Maestro per ricevere direttamente le sue istruzioni. La presenza dello Spirito Santo, promessa da Gesù stesso, diventava indispensabile per proseguire l'opera che egli aveva loro affidato (Giovanni 14.26; Atti 1.8).
I miracoli riportati negli Atti degli Apostoli non devono dunque essere interpretati come la manifestazione di un potere proprio degli apostoli, ma come la continuazione del ministero del Cristo risorto che agisce attraverso la sua Chiesa nascente.
6- Un miracolo al servizio dell'annuncio del Vangelo
Assistiamo qui al primo miracolo di Pietro riportato in dettaglio da Luca. Compiuto davanti a una folla di testimoni stupefatti, questo evento spettacolare costituisce tuttavia solo un'introduzione alla vera posta in gioco del racconto.
Come constateremo nello studio successivo, il miracolo in sé non è che un preludio al discorso di Pietro, il quale ne rivela tutto il significato spirituale e cristologico (Atti 3.12-26). Negli Atti degli Apostoli, i miracoli non costituiscono mai un fine in se stessi; servono anzitutto ad attirare l'attenzione sul messaggio della salvezza e sulla persona del Messia Gesù.
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