_23 La collocazione sulla croce ha dunque luogo verso le 9 secondo il testo di Marco. L’imprecisione della misura permette di inserire il tempo dello spostamento fino al monte Golgota. Marco 15.20-41 ; Matteo 27.31-56 ; Luca 23.26-49 ; Giovanni 18.17-30.
_24 Tutti questi membri del possono ora partecipare alla festa familiare di Pasqua, con l'animo sereno dopo quella che considerano una magnifica vittoria. Ma gli eventi non si svolgeranno come essi immaginavano!
Puoi consultare l'intera cronologia nello studio ANN026 : L'ora della crocifissione.
Commento:
Le rappresentazioni tradizionali mostrano spesso Gesù coperto da un panno, ma le pratiche romane indicano che i crocifissi erano generalmente nudi, il che accentuava l’umiliazione pubblica. Questa nudità fa parte integrante della vergogna associata alla crocifissione, una pena destinata a spezzare tanto la dignità quanto il corpo.
I quattro Vangeli menzionano la spartizione delle vesti di Gesù da parte dei soldati (cf. Matteo 27.35 ; Marco 15.24 ; Luca 23.34 ; Giovanni 19.23-24). Questo gesto, banale per i soldati , ai quali spettavano gli effetti personali del condannato, assume qui un significato particolare. Giovanni precisa che la tunica, tessuta d’un sol pezzo, non viene strappata ma tirata a sorte (cf. Giovanni 19.23-24).
Questo dettaglio adempie esplicitamente la profezia di Salmi 22.19, stabilendo un legame diretto tra la sofferenza del giusto nell’Antico Testamento e quella di Gesù. Anche Matteo sottolinea questo adempimento (cf. Matteo 27.35). Così, anche in gesti apparentemente insignificanti, le Scritture trovano il loro compimento.
Giovanni colloca la crocifissione con precisione: Gesù porta la sua croce fino al luogo chiamato Golgota, «luogo del teschio» (cf. Giovanni 19.17), dove è crocifisso fra altri due uomini (cf. Giovanni 19.18). Questa posizione centrale sottolinea al tempo stesso la sua identificazione con i peccatori e il suo posto unico.
Luca riporta una parola essenziale di Gesù: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (cf. Luca 23.34). Pur subendo l’ingiustizia e la violenza, Gesù intercede per i suoi carnefici. Questa parola rivela la profondità del suo amore e dà un significato spirituale alla scena: la croce diventa luogo di perdono.
Marco, dal canto suo, mette in evidenza il grido di Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cf. Marco 15.34). Questa parola, ripresa dal Salmi 22.2, esprime un’angoscia reale. Non significa una rottura definitiva con Dio, ma manifesta la profondità dell’abbandono provato da colui che porta il peccato.
La scena è segnata anche da scherni e incomprensione (cf. Matteo 27.39-44). I passanti e i capi religiosi sfidano Gesù a salvare se stesso. Eppure è proprio perché non scende dalla croce che egli compie la sua missione.
Infine, la presenza delle donne e del discepolo Giovanni (cf. Giovanni 19.25) introduce un contrasto impressionante: di fronte all’indifferenza o allo scherno dei soldati, alcuni restano fedeli nella sofferenza. Il loro sguardo offre un’altra lettura dell’evento, più intima e dolorosa.
Una tensione attraversa tutto questo passo: da un lato, una scena ordinaria di crocifissione romana, segnata dalla brutalità e dall’indifferenza; dall’altro, un evento unico in cui si compiono le Scritture, il perdono viene offerto e la sofferenza di Gesù assume una portata universale.