Arriviamo alla terza riportata da Matteo, quella del banchetto nuziale (Matteo 22.1-14).
Questa non è ripresa né da Marco né da Giovanni, ma un passo simile si trova in Luca (Luca 14.15-24).
I due racconti presentano una somiglianza sorprendente, ma non si collocano nello stesso momento del ministero di Gesù.
In Luca la scena si svolge prima, quando il Messia Gesù è ancora in cammino verso Gerusalemme: risponde a un commensale durante un pasto in casa di un . La della «grande cena» illustra lì la grazia offerta a tutti, anche a coloro che la società disprezza (Luca 14.15-24).
In Matteo, invece, il contesto è molto più solenne e teso. Gesù è già a Gerusalemme, nel Tempio, di fronte ai capi religiosi che rifiutano di riconoscere la sua autorità. Matteo ne restituisce la logica e la continuità: la del banchetto nuziale segue direttamente quella dei vignaioli omicidi (Matteo 21.33-46) e si colloca nella stessa giornata, il martedì 29 marzo dell'anno 33, durante la settimana della Passione.
Dans ce cadre dramatique, Jésus avertit de manière prophétique des conséquences du rejet du Messie. Le roi de la , qui détruit la ville des meurtriers de ses serviteurs, évoque clairement le jugement de Dieu sur Jérusalem, lequel s’accomplira quelques décennies plus tard, en 70 apr. J.-C., lorsque le général Titus, fils de l’empereur Vespasien, rasera le Temple et fera massacrer des milliers de Juifs.
Matteo insiste su questa dimensione escatologica e sulla responsabilità spirituale d'Israele. Rifiutare l'invito del Re significa rifiutare la grazia divina, e nessuno può farlo impunemente (Giovanni 3.16-17).
Infine, la scena dell'uomo senza sottolinea un altro avvertimento: non si può entrare nel Regno di Dio senza la giustizia che Dio stesso dona a coloro che credono in Cristo.
Questa veste simboleggia la nuova natura che il credente indossa, non per i suoi meriti, ma per fede (Isaia 61.10, Romani 13.14).
In altre parole, non basta essere invitati: bisogna essere trasformati, salvati veramente, per partecipare alla festa di Dio.