Esaminando il contesto di queste parole, appare che Gesù, il Messia, si rivolge a un pubblico cristiano. Una generalizzazione di questa affermazione all'intera umanità sembra tuttavia smentita dall'osservazione dei fatti, poiché alcuni sostengono che la fede in Dio non sia una condizione indispensabile per compiere grandi imprese. Progressi significativi e benefici per l'umanità sono stati infatti compiuti da persone senza alcun riferimento a una dimensione religiosa. Tuttavia, un'analisi approfondita di queste diverse situazioni solleva interrogativi pertinenti.
Chi ha dato le capacità intellettuali? Chi ha dato la salute? Chi ha dato come una spinta per arrivare al risultato? Ha avuto fortuna, risponderanno alcuni; certo, ma se la fortuna avesse un altro nome: Dio?
Torniamo all'idea principale e consideriamo che queste parole sono rivolte ai discepoli di Gesù, il Messia, cioè ai cristiani. Quando il Maestro mandò settanta discepoli a evangelizzare la regione di Gerusalemme, questi tornarono animati da una grande gioia.
Quando Dio agisce attraverso gli uomini, è essenziale che questi non si attribuiscano la gloria dei frutti prodotti. La vera trappola sta in questa illusione: pensare che i risultati siano frutto dei nostri sforzi e del nostro lavoro.
Alcuni hanno interpretato queste parole come un riferimento alle scoperte archeologiche; tuttavia, il messaggio di Gesù, il Messia, indicava che nulla avrebbe potuto far tacere la folla che lo acclamava. Dio può servirsi dell'uomo nei suoi disegni, ma questi resta prima di tutto un servo al suo servizio.
Come il tralcio che trae il proprio nutrimento dalla vite, il discepolo dipende direttamente da Gesù, il Messia, la vera vite (Giovanni 15.1). La vita del discepolo proviene dunque da quella che gli concede il Maestro. Tuttavia, alcuni tralci, pur restando attaccati alla vite, non portano frutto.
Come è possibile?
Come Giuda Iscariota, alcuni rivestono l'apparenza della vita; assomigliano agli altri tralci, ma in verità sono morti, perché la vita vera non produce mai sterilità. Dal momento in cui Giuda si allontanò da Gesù, il Messia, la verità venne alla luce.
Quando il discepolo rimane unito alla vite, cioè vive secondo gli insegnamenti enunciati (Giovanni 15.7), Gesù, il Messia, promette di rispondere alle sue preghiere. Così, mentre l'azione senza Dio resta inefficace, la collaborazione con Dio permette al discepolo di compiere realizzazioni eccezionali.
Gesù, il Messia, pronuncia queste parole con uno scopo ben preciso:
Dominique Lormier
Esaminando il contesto di queste parole, appare che Gesù, il Messia, si rivolge a un pubblico cristiano. Una generalizzazione di questa affermazione all'intera umanità sembra tuttavia smentita dall'osservazione dei fatti, poiché alcuni sostengono che la fede in Dio non sia una condizione indispensabile per compiere grandi imprese. Progressi significativi e benefici per l'umanità sono stati infatti compiuti da persone senza alcun riferimento a una dimensione religiosa. Tuttavia, un'analisi approfondita di queste diverse situazioni solleva interrogativi pertinenti.
Chi ha dato le capacità intellettuali? Chi ha dato la salute? Chi ha dato come una spinta per arrivare al risultato? Ha avuto fortuna, risponderanno alcuni; certo, ma se la fortuna avesse un altro nome: Dio?
Torniamo all'idea principale e consideriamo che queste parole sono rivolte ai discepoli di Gesù, il Messia, cioè ai cristiani. Quando il Maestro mandò settanta discepoli a evangelizzare la regione di Gerusalemme, questi tornarono animati da una grande gioia.
Quando Dio agisce attraverso gli uomini, è essenziale che questi non si attribuiscano la gloria dei frutti prodotti. La vera trappola sta in questa illusione: pensare che i risultati siano frutto dei nostri sforzi e del nostro lavoro.
Alcuni hanno interpretato queste parole come un riferimento alle scoperte archeologiche; tuttavia, il messaggio di Gesù, il Messia, indicava che nulla avrebbe potuto far tacere la folla che lo acclamava. Dio può servirsi dell'uomo nei suoi disegni, ma questi resta prima di tutto un servo al suo servizio.
Come il tralcio che trae il proprio nutrimento dalla vite, il discepolo dipende direttamente da Gesù, il Messia, la vera vite (Giovanni 15.1). La vita del discepolo proviene dunque da quella che gli concede il Maestro. Tuttavia, alcuni tralci, pur restando attaccati alla vite, non portano frutto.
Come è possibile?
Come Giuda Iscariota, alcuni rivestono l'apparenza della vita; assomigliano agli altri tralci, ma in verità sono morti, perché la vita vera non produce mai sterilità. Dal momento in cui Giuda si allontanò da Gesù, il Messia, la verità venne alla luce.
Quando il discepolo rimane unito alla vite, cioè vive secondo gli insegnamenti enunciati (Giovanni 15.7), Gesù, il Messia, promette di rispondere alle sue preghiere. Così, mentre l'azione senza Dio resta inefficace, la collaborazione con Dio permette al discepolo di compiere realizzazioni eccezionali.
Gesù, il Messia, pronuncia queste parole con uno scopo ben preciso:
Dominique Lormier