Le parole di Gesù rivolte a Maria di Magdala: «, perché non sono ancora salito al Padre mio» (Giovanni 20.17) sembrano, a prima vista, difficili da conciliare con la promessa fatta al brigante crocifisso accanto a lui: «In verità ti dico che oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23.43). Sono state proposte diverse spiegazioni per armonizzare queste due dichiarazioni.
La prima osservazione consiste nel notare che le espressioni usate non sono identiche. In Luca, Gesù parla di «paradiso», mentre in Giovanni accenna alla sua salita al Padre. Ora, il Nuovo Testamento non presenta necessariamente queste due realtà come assolutamente sinonime. Paolo stesso afferma di essere stato «rapito fino al terzo cielo» prima di aggiungere di essere stato «rapito in paradiso» (2 Corinzi 12.2-4). Anche l'Apocalisse colloca il paradiso in relazione con la presenza di Dio (Apocalisse 2.7), senza precisare se questa realtà implichi già il compimento definitivo del Regno.
Una seconda difficoltà risiede nella punteggiatura di Luca 23.43. Poiché i manoscritti greci antichi sono privi di punteggiatura, alcuni hanno proposto di intendere: «Ti dico oggi: sarai con me in paradiso». Questa lettura, sostenuta in particolare da diversi autori favorevoli alla dottrina del sonno dei morti, rinvia il compimento della promessa al momento della futura risurrezione. Essa permette di evitare qualsiasi contraddizione con Giovanni 20.17. Tuttavia, la maggior parte degli esegeti ritiene che la formulazione più naturale resti quella adottata dalla maggioranza delle traduzioni moderne: «Oggi sarai con me in paradiso».
Se si mantiene questa punteggiatura tradizionale, vari elementi permettono comunque di risolvere la difficoltà. Infatti, Giovanni 20.17 non dice che Gesù non sia ancora andato in paradiso, ma che non è ancora salito al Padre. L'espressione «salire» rimanda verosimilmente all'ascensione gloriosa e definitiva di Cristo presso il Padre (Atti 1.9-11), evento che avverrebbe solo quaranta giorni dopo la risurrezione (Atti 1.3). Così, Gesù può essere stato con il brigante in paradiso senza aver ancora compiuto la sua ascensione definitiva.
Questa distinzione tra la risurrezione e l'ascensione appare anche nelle parole rivolte a Maria. Gesù non dichiara: «Non sono ancora andato al Padre», ma: «Non sono ancora salito al Padre mio» (Giovanni 20.17). Il verbo impiegato suggerisce un'elevazione gloriosa e permanente piuttosto che una semplice presenza presso Dio.
Altri passi sembrano andare nella stessa direzione. Prima della sua morte, Gesù aveva annunciato che sarebbe tornato al Padre (Giovanni 16.28). Dopo la sua risurrezione, rimane ancora quaranta giorni con i suoi discepoli prima della sua ascensione visibile (Atti 1.3). Infine, l'autore della lettera agli Ebrei presenta il Cristo glorificato come entrato nel santuario celeste dopo aver compiuto il suo sacrificio (Ebrei 9.11-12; Ebrei 9.24).
Un altro approccio consiste nel ritenere che Gesù e il brigante abbiano condiviso, fin dalla loro morte, uno stato beato nella presenza di Dio, senza che ciò corrisponda ancora al compimento finale del Regno né all'ascensione gloriosa di Cristo. Questa comprensione concorda con i passi in cui Paolo esprime il desiderio di «partire ed essere con Cristo» (Filippesi 1.23) o afferma che lasciare questo corpo significa «abitare con il Signore» (2 Corinzi 5.8).
Infine, alcuni interpreti, sostenitori del sonno inconsapevole dei morti, ritengono che le due dichiarazioni debbano essere comprese alla luce della futura risurrezione. Sottolineano che la speranza principale del Nuovo Testamento resta la risurrezione dei morti e il ritorno di Cristo (Giovanni 5.28-29; 1 Corinzi 15.20-23; 1 Tessalonicesi 4.13-17). In questa prospettiva, la promessa fatta al brigante sarebbe certa, ma il suo effettivo compimento avverrebbe nel giorno della risurrezione.
Così, quale che sia la soluzione adottata, queste due dichiarazioni non sono necessariamente contraddittorie. Esse testimoniano piuttosto la difficoltà che gli autori biblici incontrano nel descrivere realtà che superano l'esperienza umana. In compenso, convergono su un punto essenziale: la morte non ha avuto l'ultima parola. Grazie alla vittoria di Cristo, la speranza dei credenti resta fondata sulla comunione con il loro Signore e sulla certezza della futura risurrezione (Giovanni 11.25-26; 1 Corinzi 15.54-57).