Il Vangelo secondo Marco occupa un posto a parte tra i quattro racconti. Le sue origini, la sua composizione e i legami tra Marco e gli avvenimenti che riporta, illuminati dalle fonti storiche e dalla tradizione, fondano la credibilità del suo autore.
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Vangelo di MarcoRedazioneNuovo Testamento
14 versetti
5 libri
In questa appendice riassumeremo le informazioni che troviamo principalmente nella Bibbia, e in particolare nel Nuovo Testamento.
Numerosi commentatori dei testi del Nuovo Testamento affermano che il Vangelo di Marco sarebbe stato il primo a essere redatto, seguito poi da quelli di Matteo e di Luca, e infine da quello di Giovanni.
Tuttavia, l’ipotesi dell’anteriorità di Marco è contestata, e altri esperti collocano piuttosto Matteo al primo posto, subito prima di Marco. Nel capitolo intitolato «I Vangeli», spieghiamo le ragioni che ci hanno spinti a sostenere l’ipotesi di un’anteriorità di Matteo.
Il Vangelo di Marco è seguito rapidamente, tanto che potremmo dire che i due furono pubblicati quasi contemporaneamente. In questo studio analizzeremo le origini di questo Vangelo senza entrare in dettagli che ciascuno può leggere su Internet.
I. Marco, l’autore del Vangelo
Notiamo che i libri di Marco e di Giovanni sono firmati in modo indiretto; per Giovanni, ciò avviene attraverso l’espressione ricorrente «il discepolo che Gesù amava», e per Marco, attraverso un aneddoto poco comune e molto personale.
Per quanto riguarda il Vangelo di Marco, non si tratta propriamente di una firma, ma piuttosto di una nota personale che ci guida verso l’identificazione dell’autore.
Ma chi era questo giovane? Sembra che sia l’autore di questo Vangelo, perché è l’unico a conoscere un dettaglio così intimo. Luca ci riferisce un altro fatto che, come vedremo, ci permetterà di identificare questo personaggio.
Siamo alcuni mesi dopo la morte del Messia Gesù, e Marco è un uomo conosciuto. Sua madre, Maria, molto attiva nel sostegno ai discepoli, è chiamata «la madre di Giovanni, detto anche Marco».
Ma quale legame ci permette di affermare che il Marco del Vangelo e Giovanni, detto Marco, figlio di Maria, sono una sola e medesima persona?
Il giovane citato nel Vangelo di Marco non avrebbe potuto sapere quando e dove il Messia Gesù e i suoi discepoli sarebbero andati la notte dell’arresto, a meno che non si trovasse lui stesso nella stessa casa, quella di Maria menzionata da Luca.
In tal caso, Maria è la madre di Marco, l’autore del Vangelo che ora porta il suo nome. Notiamo che quando due discepoli portano lo stesso nome, sono spesso distinti da un soprannome, come Giacomo figlio di Zebedeo e l’altro Giacomo, figlio di Alfeo. Giacomo, il fratello del Signore, era detto il Giusto, Giacomo il Giusto.
Nessun altro Marco è menzionato nei Vangeli. Possiamo dunque affermare che Marco, l’autore del Vangelo, è quel giovane che correva di notte per Gerusalemme e che è il figlio di Maria, proprietaria di una grande casa a Gerusalemme.
Questo giovane non faceva dunque parte degli Apostoli e non fu un testimone diretto di ciò che ci scriverà. In queste condizioni, perché questo scritto è stato considerato autentico?
Quali sono le fonti di Marco?
II. Una testimonianza interessante
Eusebio, vescovo di Cesarea, cita intorno all’anno 325 la testimonianza di Papia, vescovo di Gerapoli (intorno agli anni 125-130), il quale a sua volta riferiva le affermazioni di un certo Giovanni l’Anziano, che potrebbe essere l’apostolo Giovanni. Ecco ciò che dice:
«Marco, che era stato l’interprete di Pietro, scrisse con esattezza tutto ciò che ricordava, benché non in ordine, delle parole e delle azioni del Signore. Infatti non aveva ascoltato il Signore né era stato suo discepolo, ma più tardi, come ho detto, di Pietro. Pietro impartiva i suoi insegnamenti secondo le necessità, senza cercare di dare un resoconto ordinato dei discorsi del Signore. Così Marco non commise errore nello scrivere alcune cose così come le ricordava. La sua sola preoccupazione era di non omettere nulla di ciò che aveva udito e di non riferire che la verità.»
Questa citazione ci offre l’informazione seguente: Marco, o Giovanni Marco, è stato l’interprete dell’apostolo Pietro. Questa testimonianza risalirebbe all’apostolo Giovanni, autore del quarto Vangelo.
Effettivamente, data l’importanza dell’apostolo Pietro, è sorprendente che non abbia scritto direttamente un Vangelo. Vorremmo sottolineare due punti: il primo, perché Pietro, come ha fatto per le sue epistole o come Paolo, non ha firmato questo scritto se ne era la fonte principale?
Il secondo, come è possibile che in nessun momento, leggendo questo testo, si avverta il semplice segretario che si limita a scrivere ciò che gli viene dettato?
Infatti, leggendo queste righe, si ha l’impressione che colui che scrive abbia vissuto ciò che descrive!
III. Il Vangelo secondo Marco
L’attribuzione della redazione di questo Vangelo a Marco si è prodotta solo alla fine del II secolo. A quell’epoca, Marco, già defunto, era molto conosciuto negli ambienti cristiani.
Non è dunque Marco stesso ad attribuirsi la paternità di quest’opera. L’abitudine era già consolidata: era Marco ad aver redatto questo Vangelo, e la denominazione ‘secondo Marco’ non ha fatto che sancire un’evidenza per tutti all’epoca.
È probabilmente per ristabilire un punto storico importante, secondo lui, che Eusebio ci riporta l’informazione che abbiamo menzionato. Forse desiderava semplicemente sostenere l’autenticità di questo scritto?
Sembra evidente che, anche se Marco non è stato un apostolo, è stato un discepolo. Grazie a sua madre, Maria, si è avvicinato molto presto al gruppo degli intimi che seguivano Gesù, il Messia.
Così, anche se non è stato testimone di tutti i miracoli che riporta, ha comunque assistito ad alcuni avvenimenti. Conosceva anche la maggior parte dei fatti che Pietro gli raccontava.
Inoltre, frequentava gli apostoli che si riunivano spesso, soprattutto in occasione delle grandi feste ebraiche, nella casa di sua madre. È per l’insieme di queste ragioni che, quando leggiamo i racconti di Marco, abbiamo l’impressione che ne sia stato un testimone diretto.
IV. La casa di Maria
Marco resta discreto nella sua redazione. Quando evoca la casa in cui si svolgerà l’ultima cena del Signore, non menziona esplicitamente che si tratta della casa di Maria, sua madre.
Al contrario, fornisce dettagli che mantengono una certa riservatezza sull’ubicazione del luogo. Questa discrezione contrasta con il secondo libro di Luca, che divulga chiaramente tutti i dettagli.
Questa differenza ci porta a pensare che il libro degli Atti degli Apostoli, redatto da Luca, sia stato pubblicato in un’epoca in cui i testimoni non rischiavano più di essere perseguitati, il che non è il caso al momento della redazione del racconto di Marco.
Constatiamo che Luca nel suo Vangelo, anche se scritto più tardi di quello di Marco, prende ancora precauzioni nel descrivere la casa di Maria, mentre nella sua seconda opera rivela tutti i dettagli.
Questo episodio ci ricorda il racconto di Marco 11.1-7, in cui osserviamo la conoscenza soprannaturale del Messia Gesù. Nel nostro caso, la prudenza era d’obbligo, perché le autorità religiose cercavano informazioni sul gruppo degli apostoli allo scopo di arrestare anche loro Marco 14.11, Giovanni 11.57.
Questa testimonianza, attribuita all’apostolo Pietro e citata da Marco e poi ripresa da Luca, ci lascia supporre che si tratti della casa di Maria, la madre di Marco. Marco, che viveva in questa dimora, poté seguire discretamente gli avvenimenti della cena, la partenza del gruppo ed essere presente al momento dell’arresto finale. Non poteva rivelare apertamente che si trattava della casa di sua madre, ma i dettagli non potevano provenire che da una persona vicina, testimone diretto degli avvenimenti.
Il timore delle autorità religiose ebraiche era palpabile. Troppi dettagli avrebbero potuto permettere alle autorità di localizzare il luogo di riunione, mettendo così in pericolo Maria, sua madre, e i suoi servitori. Questa casa diventerà in seguito un luogo di raduno per i discepoli in cerca di rifugio.
La risurrezione del Messia Gesù e il discorso di Pietro a Pentecoste furono sicuramente elementi scatenanti dell’impegno personale di Marco. Fu dunque testimone degli ultimi momenti della vita terrena del Messia Gesù e presente a Pentecoste, essendo questa riunione avvenuta, con ogni verosimiglianza, in questa stessa casa. È poco probabile che i discepoli disponessero di diverse grandi case a Gerusalemme. L’ipotesi di questa unica casa, quella di Maria, madre di Giovanni detto Marco, diventa logica e ci aiuta a comprendere lo svolgimento degli avvenimenti durante l’ultima cena di Pasqua.
Maria, la madre di Giovanni Marco, era ben conosciuta dal Messia Gesù e dai discepoli, il che ha facilitato l’introduzione di suo figlio in questo gruppo. Giuda Iscariota era presente anch’egli in questa casa, ma non vi condusse i soldati per l’arresto del Messia Gesù.
Sembra che Giuda non volesse denunciare i suoi ex compagni, ma solo il Messia Gesù. Con il suo suicidio, sfuggì agli interrogatori delle autorità religiose ebraiche, che volevano sradicare questo movimento nascente perseguitando i discepoli e i loro sostenitori.
I discepoli si nascondevano, e questo giovane, Marco, fuggì, lasciando la sua tunica nelle mani dei suoi aggressori. Era primavera, in piena notte, e tutti dormivano, cosicché Marco non dovette avere troppo freddo e, soprattutto, sfuggì per un soffio alla cattura.
Maria, la madre di Giovanni detto Marco, possedeva dunque una casa a Gerusalemme, divenuta un punto di ritrovo per gli apostoli. Era abbastanza grande da accogliere un numero consistente di discepoli, essendone presenti 120 il giorno di Pentecoste.
Situata in un quartiere residenziale di Gerusalemme, questa dimora disponeva di serve e probabilmente di servi, tra cui l’uomo con una brocca menzionato in Marco 13.13.
Giovanni Marco è dunque cresciuto in un ambiente privilegiato. È chiaro che Maria aveva una fiducia incrollabile nei suoi servi e nelle sue serve, perché accogliere gli apostoli ricercati dai soldati non era privo di rischi. Erano probabilmente essi stessi discepoli del Messia Gesù, come suggeriscono le parole di Rode in Atti 12.14-16.
V. Giuseppe d’Arimatea
Alcuni esegeti hanno suggerito un legame tra Giuseppe d’Arimatea e Maria, la madre di Giovanni detto Marco. I Vangeli, non fornendo alcuna informazione sull’identità del padre di Marco, permettono di speculare su diverse possibilità.
Giuseppe d’Arimatea, considerato come lo sposo o il padre di Maria, è una di queste ipotesi, motivata in particolare dal fatto che la vasta dimora di Maria implica una certa agiatezza economica. Giuseppe, noto per essere un uomo di notevole levatura e probabile proprietario di una grande casa, potrebbe corrispondere a questo profilo. Tuttavia, questi legami restano puramente congetturali in assenza di prove scritturali dirette.
Non esiste alcun legame diretto tra Giuseppe d’Arimatea e Maria, la madre di Giovanni detto Marco, menzionata nei testi biblici. Giuseppe d’Arimatea è noto per aver chiesto a Pilato il corpo di Gesù dopo la sua crocifissione per seppellirlo nella propria tomba nuova, come riportato nei quattro vangeli Matteo 27.57-60, Marco 15.42-46, Luca 23.50-54 e Giovanni 19.38-42.
Maria, la madre di Giovanni detto Marco, è menzionata negli Atti degli Apostoli come una figura importante della comunità cristiana primitiva a Gerusalemme. La sua casa serviva da luogo di raduno per la preghiera Atti 12.12.
I Vangeli e gli Atti degli Apostoli non fanno menzione di un legame familiare o di un’interazione specifica tra queste due persone. Appaiono in contesti diversi e svolgono ruoli distinti nei racconti del Nuovo Testamento.
VI. Il legame particolare di Pietro con Marco e il progetto di Pietro
Il padre di Marco non è mai menzionato, il che suggerisce che Maria potrebbe essere vedova. Egli faceva sicuramente parte della ricca élite religiosa dell’epoca che risiedeva nei pressi del tempio.
Fin dalla più giovane età, Marco è immerso in questo ambiente. Benché sia allora solo un adolescente, conosce gli Apostoli e il Messia, Gesù. Intrattiene un legame particolare con uno di loro, Pietro.
Questa espressione affettuosa deriva sicuramente dal fatto che Marco si è convertito durante un discorso di Pietro, forse a Pentecoste, subito dopo la crocifissione, il 22 maggio dell’anno 33.
Marco è molto impegnato in questa nuova missione e decide di accompagnare Paolo e Barnaba in un grande viaggio volto ad annunciare la Buona Notizia nei paesi limitrofi. Siamo allora nell’anno 45.
Notiamo che Barnaba, l’amico e principale collaboratore dell’apostolo Paolo, è il cugino di Marco. Paolo accetta di portare con sé questo giovane come assistente per il viaggio.
Ma non tutto va come Marco aveva immaginato.
Marco non si aspettava evidentemente tante difficoltà durante questo viaggio. Non è riuscito a seguire Paolo e Barnaba, che erano più agguerriti. Abbandona presto e torna a Gerusalemme.
Possiamo immaginare il suo sconforto e persino la vergogna di questo ritorno prematuro.
Pietro aiuterà questo giovane a superare la prova. Possiamo supporre che fin dal suo ritorno nel 45, Pietro, vedendo un’opportunità, cominci a lavorare con Marco alla redazione del suo Vangelo. Aveva il desiderio di lasciare una testimonianza scritta per i posteri, come emerge dai testi scritti successivamente.
Pietro aveva capito da tempo che la scrittura era il mezzo più affidabile per lasciare una traccia della sua testimonianza e del suo insegnamento. Faceva dunque in modo che le sue parole fossero messe per iscritto. Silvano, il suo segretario, sembra essere stato incaricato di redigere le due epistole.
Il suo Vangelo era già stato messo per iscritto con Marco molto prima. Questo testo è rimasto anonimo per i primi due secoli, ma era comunemente ammesso che Pietro ne fosse l’autore e Marco lo scrittore o l’interprete.
Marco non avrebbe mai osato, e nemmeno desiderato, attribuirsi la redazione di questo Vangelo. Per quanto riguarda le epistole, il principio è diverso: la menzione del nome dell’autore è essenziale.
Silvano precisa chiaramente che è Pietro il loro autore. Queste lettere possono essere datate a prima degli anni 64-68, periodo corrispondente alla persecuzione condotta dall’imperatore Nerone.
VII. Il testo del Vangelo
Marco aveva beneficiato di una solida istruzione. La sua famiglia agiata, residente a Gerusalemme, gli aveva permesso di accedere ai migliori maestri della capitale. Padroneggiava il greco.
La presenza di questo giovane intellettuale potrebbe essere stata un segno per Pietro di impegnarsi nella redazione di una nuova versione del Vangelo? Lo abbiamo già menzionato: la prima versione del Vangelo, nota come ‘secondo Matteo’, non rispondeva interamente alle aspettative di Pietro.
Infatti, questo libro, orientato principalmente ai lettori ebrei, necessitava di una revisione per rivolgersi meglio ai lettori non ebrei, in particolare ai Greci.
Tuttavia, le qualità intellettuali di Marco non sembrano così notevoli come si sarebbe potuto supporre. La maggior parte degli specialisti concorda nel dire che lo stile è piuttosto rudimentale e che né Marco né Pietro possedevano le competenze letterarie di un Paolo.
Nonostante queste critiche severe e sorprendenti, è innegabile che questo testo sia stato letto e riletto da centinaia di milioni di persone.
Lo stile greco delle due epistole di Pietro è nettamente diverso, il che suggerisce un contributo significativo di Silvano.
Attraverso le epoche, che si tratti dell’Antichità, del Medioevo, del Secolo dei Lumi o dell’epoca moderna, queste righe hanno affascinato un numero incalcolabile di lettori per ragioni personali innegabili. C’è veramente qualcosa di eccezionale in questo Vangelo di Marco e, più in generale, in tutta la Bibbia.
VIII. L’avventura del giovane Marco
La storia di Marco non finisce qui. Dopo il concilio di Gerusalemme nel 49, desidera di nuovo accompagnare Paolo e Barnaba in un secondo viaggio. Sono trascorsi circa cinque anni, e la posizione dell’apostolo Paolo è diventata radicale.
L’apostolo Paolo rifiuta categoricamente di riprendere Marco come aiutante, la sua decisione è irrevocabile. Di fronte a questa situazione, Barnaba si separa da Paolo e decide di partire per l’isola di Cipro, da cui proviene, accompagnato dal cugino Marco. Paolo, dal canto suo, partirà con Sila.
Non disponiamo più di dettagli su questo viaggio, perché ormai tutta l’attenzione è catturata da Saulo di Tarso, divenuto l’Apostolo Paolo. È tuttavia interessante notare che i rapporti tra Paolo e Marco sono nettamente migliorati in seguito.
Verso la fine della sua vita, Paolo richiede l’aiuto di Marco, riconoscendone l’utilità per il ministero. Se l’apostolo Paolo afferma questo, è verosimilmente perché ha constatato personalmente le nuove qualità di Marco.
Sembra che Marco e Luca, due autori dei Vangeli, si siano frequentati in questo periodo. Hanno probabilmente scambiato idee sul loro rispettivo lavoro, anche se la redazione del Vangelo di Marco era terminata da tempo.
IX. Data di redazione del Vangelo di Marco
È difficile determinare una data precisa di redazione per questo Vangelo. È importante non confondere redazione con traduzione o copia. Il successo di questo libro è dovuto al fatto che, al momento della sua prima pubblicazione, numerose persone potevano autenticare gli avvenimenti che racconta. La testimonianza di questi primi lettori ha rafforzato la credibilità dello scritto.
Non bisogna supporre che questi lettori fossero creduloni e accettassero senza prove questi racconti straordinari. Anch’essi avevano bisogno di prove, e la conferma da parte di numerosi testimoni ancora in vita è stata determinante nella diffusione e nel successo di questo Vangelo.
Non possiamo affermare che la prima versione pubblicata fosse completa come quella che conosciamo oggi. Alcuni passi possono essere stati aggiunti dagli autori stessi nel corso degli anni, prima di giungere alla nostra versione definitiva.
Questa pratica non è dubbia, ma riflette piuttosto il desiderio degli scrittori, testimoni degli avvenimenti, di trasmettere la versione più perfetta e comprensibile.
Siamo convinti che la prima bozza di questo Vangelo fosse già nota prima del concilio di Gerusalemme nel 49 e che, fin dall’anno 45, Pietro e Marco avessero iniziato a lavorare a questo progetto. In origine, si trattava di riprendere e rivedere il testo di Matteo.
È per tutte queste ragioni che consideriamo una pubblicazione intorno agli anni 46 o 47 al più tardi.
X. La conclusione del Vangelo di Marco
Per maggiori informazioni puoi consultare il capitolo: «I Vangeli»
Gli ultimi dodici versetti di Marco 16.9-20 non compaiono in alcuni dei manoscritti più antichi, il che ha portato diversi studiosi ad affermare che sono stati aggiunti tardivamente al testo originale.
Tuttavia, disponiamo di testimonianze di scrittori del secondo secolo che vi fanno riferimento. Nelle nostre traduzioni moderne, questo passo è spesso posto tra parentesi, come fa la traduzione , per indicare che non è presente in tutti i manoscritti considerati originali. Ci troviamo così di fronte a un dibattito tra esperti senza un chiaro consenso.
Leggendo il testo, notiamo una transizione brusca tra i versetti Marco 16.8 e Marco 16.9, senza un legame apparente tra queste due parti, il che suggerisce effettivamente un’aggiunta a questa conclusione. Nonostante ciò, due punti importanti vanno notati. In primo luogo, il testo rimane conforme agli altri scritti dei Vangeli e non contraddice né si discosta dagli altri racconti in nessun momento. In secondo luogo, la Chiesa ha incluso questi dodici versetti nel canone.
In queste condizioni, non c’è motivo di dubitare dell’autenticità di questo racconto, anche se possiamo ritenere che sia stato scritto leggermente più tardi.
Consideriamo due ipotesi principali: la prima, Marco e Pietro avrebbero concluso il loro racconto al versetto Marco 16.8, poi avrebbero ritenuto che questa conclusione potesse essere migliorata, aggiungendo così successivamente gli ultimi dodici versetti.
La seconda, la conclusione originale del loro racconto sarebbe andata perduta, provocando questa nuova redazione. È persino possibile che un altro autore, dotato di una certa autorità nella Chiesa, abbia effettuato questa modifica basandosi sui racconti di Matteo e di Luca.
Sembra difficile, viste le informazioni limitate di cui disponiamo, determinare le vere ragioni di questo cambiamento alla fine del Vangelo di Marco, ma le informazioni che apporta si allineano con i testi degli altri Vangeli.
Conclusione
Questo testo attribuito a Marco e Pietro appare come una revisione di quello di Matteo, con i riferimenti alla cultura ebraica eliminati. Questo Vangelo sembra rivolgersi principalmente ai non ebrei, poco familiari con gli scritti dei grandi profeti menzionati nella .
Benché la sua redazione non raggiunga la qualità letteraria degli scritti di Paolo, il suo ritmo rapido e le sue brevi sequenze di avvenimenti, prive di fronzoli, ne fanno un racconto avvincente, particolarmente adatto a una generazione in cerca di informazioni dirette.
Contrariamente ai suoi contemporanei, Marco non apporta elementi inediti e si ritrova dunque incluso nei racconti di Matteo e di Luca. Teoricamente, potrebbe essere omesso senza alterare in modo significativo la comprensione globale di questi avvenimenti. Tuttavia, l’importanza di questo racconto sta altrove: oggi risponde perfettamente alle esigenze di una generazione che si distoglie dalla lettura approfondita e dalle convenzioni letterarie tradizionali a favore di un approccio più diretto all’informazione.
Le diverse scene presentate da Marco e Pietro assomigliano ai nostri fumetti moderni che affascinano tanti giovani lettori. Il messaggio vivo del Messia Gesù, riportato nel Vangelo di Marco, era probabilmente destinato anche alla giovane generazione contemporanea.
Un titolo, un personaggio, un luogo, un riferimento («Luca 15»)…
Riferimento biblico
INF082
Nota informativa
INF082 - La Bibbia Segond 21 (S21)
La Bible Segond 21 (S21)
La Segond 21. Ecco alcune informazioni chiave su questa versione:
Contesto e obiettivi
Data di pubblicazione: 2007 Modernizzazione: La Segond 21 mira a modernizzare il linguaggio della traduzione di Louis Segond mantenendo una grande fedeltà ai testi originali ebraici e greci. Chiarezza e accessibilità: L’accento è posto sulla chiarezza e sull’accessibilità del testo per i lettori di oggi.
Caratteristiche principali
Fedeltà ai testi originali: La Segond 21 si basa sui manoscritti antichi più affidabili per garantire una traduzione precisa e fedele. Revisione linguistica: Il linguaggio è stato rivisto per riflettere meglio l’uso moderno della lingua francese, conservando la ricchezza e la profondità del testo biblico. Note e riferimenti: La versione include spesso note esplicative e riferimenti per aiutare la comprensione e lo studio delle Scritture.
Importanza
Ampia diffusione: La Segond 21 è molto usata negli ambienti protestanti francofoni, in particolare per gli studi biblici e la lettura personale. Accessibilità: grazie alla sua lingua modernizzata, è accessibile a un pubblico più ampio, comprese le nuove generazioni di lettori.
La Segond 21 è stata realizzata da un’équipe multidisciplinare di traduttori, linguisti e teologi e ha richiesto circa 12 anni di lavoro.
Queste revisioni mostrano l’evoluzione della traduzione di Louis Segond per adattarsi ai cambiamenti linguistici e ai bisogni dei lettori nel corso del tempo.
INF012
Nota informativa
INF012 - Les différentes bibles
Les différentes bibles
Il n'existe pas plusieurs Bibles, que ce soit celle des protestants, celle des catholiques ou d'autres. Nous trouvons différentes traductions qui ont toutes la même origine, à savoir des textes grecs pour le Nouveau Testament et hébreux pour l'Ancien Testament.
La Bible hébraïque ne contient que l'Ancien Testament.
Il est important de noter que la version dite du "monde Nouveau" fait l'objet de critiques, notamment en raison de certains choix de traduction qui ont été faits pour la rendre conforme à la théologie des Témoins de Jéhovah. Certains spécialistes considèrent ces choix comme malhonnêtes et indéfendables.
Le sens de nos mots évolue avec le temps, certains disparaissent, il devient donc nécessaire d'utiliser des termes compréhensibles pour les lecteurs, d'où les différentes adaptations successives.
Il s'agit souvent de simples révisions, comme nous le constatons avec les différentes versions de Louis Segond ou d'Augustin Crampon. Les chrétiens catholiques ont ajouté, dans leurs traductions, 7 livres supplémentaires, exclusivement dans l'Ancien Testament. Ces livres sont appelés deutérocanoniques ou apocryphes.
INF004
Nota informativa
INF004 - Les romains
I romani
En l’an -63 av. J.-C. le général romain Pompée, envahi le territoire d’Israël et prend Jérusalem. Le judaïsme grâce à Jule César devient en l’an -45 av. J.-C. une religion légale.
Cinq ans plus tard, en -40 av. J.-C. L’empereur Auguste met un terme à la dynastie hasmonéenne et nomme Hérode le Grand, un Iduméen, donc, pas de lignée royale, roi des Juifs.
Quelques années, après la mort d’Hérode le Grand, en l’an 6, Rome change le statut de la Judée ainsi que de la Samarie et de l’Idumée (l’Edom biblique) pour le transformer en provinces romaines placées sous la responsabilité de procurateurs romains.
Les fils du monarque Hérode seront promus par l’autorité romaine, tétrarques, et gouverneront ces différentes provinces sous l’égide de ces procurateurs.
Nous sommes par conséquent, pendant le ministère du Messie Jésus avec un préfet, Ponce Pilate et un tétrarque, Hérode Antipas qui se partagent le pouvoir. Les deux hommes se haïssent jusqu’au jour de la condamnation du Messie Jésus (Luca 23.12).
Quarante ans après la crucifixion du Messie Jésus, l’insurrection des Juifs, commencée en 66, est jugulée, Titus détruit le temple de Jérusalem en l’an 70 et tout se termine avec la chute de Massada le 2 mai 73.
D’autres révoltes suivront jusqu’en 135.
En 130, l’empereur Hadrien change de nouveau le statut du pays d’Israël, en créant une nouvelle colonie romaine, le nom de Jérusalem est remplacé par Aelia Capitolina.
Le Messie Jésus exercera son ministère dans un territoire occupé par les Romains, avec un gouverneur désigné par Rome.
Trois hommes se partagent donc à ce moment de l’histoire, la direction du pays d’Israël :
Ponce Pilate, le préfet romain, il détient tous les pouvoirs en particulier sur la Judée.
Hérode Antipas, règne sur la Galilée et la Pérée.
Le Souverain Sacrificateur, Caïphe, responsable des problèmes religieux.